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Penisola d'Arabia
Penisola d'Arabia

Orix, gazzelle e grattacieli nel deserto

EMIRATI ARABI UNITI
Il 1971 ha segnato la nascita degli UAE, gli Emirati Arabi Uniti. Nascita di una realtà politica, culturale, raccolta intorno a valori comuni, consuetudini, scelte strategiche. Ciò che altrove è stato costruito in più di duemila anni, in termini di identità e valori, negli Emirati è nato in pochi anni. Da repubbliche marinare d’arabia, centri di commercio di spezie e della pesca delle perle – a luoghi-simbolo del futuro: la scoperta del petrolio ha impresso una straordinaria accelerazione ad ogni aspetto della vita, qui la ricchezza ha il colore del nero, la felicità è liquida. Sempre più luoghi-laboratorio per progetti avveniristici, la confederazione degli UAE ha sviluppato un sistema di vita che è un ossimoro, un paradosso che ha qualcosa di delirante: dal deserto nascono giardini dal verde perfetto, palazzi di cristallo nascono dall’acqua, fontane di acqua e di fuoco, immensi duty free shop presentano merci di lusso dai costi proibitivi, moschee e grattacieli, competizione di cammelli e corse di Formula 1, volti velati e micro chips.

  Dubai e i suoi primati: il porto artificiale più grande del mondo, uno sviluppo immobiliare di altissimo livello: chi non conosce il celeberrimo Burj al-Arab, o il Burj Khalifa, grattacielo alto 828 metri, e i progetti visionari delle isole del Mondo e della Palma, anch’esse artificiali?
E poi metropolitane, complessi sportivi dove potere sfrecciare sugli sci, campi da golf straordinari, “mall” commerciali e parchi giochi che possono competere con i più celebri centri di divertimento dell’Europa e degli Stati Uniti…


E mentre Dubai si è imposta come prima città-laboratorio degli Emirati, Abu Dhabi ha fatto tesoro delle esperienze del suo vicino e sta spingendo forte l’acceleratore dello sviluppo, orientato da un lato da promuovere grandi eventi sportivi internazionali e dall’altro a recuperare il suo patrimonio naturalistico, valorizzando parchi naturali che custodiscono specie protette, orix, gazzelle e giraffe.

Lo sguardo verso il futuro, Abu Dhabi sta inoltre ultimando l’avveniristico progetto di costruzione della cittadella della cultura sulla Saadyat Island, con il Guggenheim Abu Dhabi e il Louvre Abu Dhabi e altri importanti poli aggregativi. Architetti di fama internazionale hanno accettato la sfida di questi progetti visionari: celebrare le specifiche identità culturali locali degli Emirati e del Medio Oriente e confrontarle con altre provenienti da società e culture di altre regioni del mondo, spostando in questo modo la frontiera della cultura, riconoscendo i valori comuni dell’esperienza umana e nello stesso tempo ridefinendo i concetti storico-artistici comuni.


IL SULTANATO DI OMAN

Quarant’anni o quaranta secoli? Quanto tempo in realtà è trascorso dal medioevo cristallizzato in forme atemporali che caratterizzava il Sultanato d’Oman sino al 1970 e quello di oggi? Impossibile non rimanere stupefatti dal salto iperbolico compiuto nel corso di una sola generazione, quella forgiata da Qabus bin Said, erede del vecchio Said bin Taimur: allora – solo quarant’anni fa – l’Oman era servito da nove chilometri di strade asfaltate, tre sole scuole elementari istruivano meno di mille allievi e non si conosceva l’uso di riviste, libri, radio, televisioni, occhiali da sole, tutto proibito per decreto.  
   

Poi vennero il petrolio, un sultano lungimirante e gli internet-café. Un unico tappeto di 4200 metri quadrati, nato dall’intreccio di un miliardo e settecentomila nodi è la soffice superficie che riveste l’ultima Moschea di Muscat, naturalmente intitolata al Sultano Qadus: in Oman un equilibrio delicato, un accordo magico concilia il concetto di stato-azienda con la sharia, e l’slam garantisce coesistenza e coesione alle varie anime del nuovo paese, che poggiano tutte su quell’unico, irrinunciabile tappeto.

Il progresso repentino è stato un vero shock per le ultime generazioni adulte che hanno dovuto velocemente assumere e padroneggiare tecnologie e abitudini delle quali sino a poco tempo prima ignoravano tutto. Il passato tuttavia emerge in Oman più che in altri paesi della Penisola arabica, anche se filtrato e più o meno consapevolmente, ancora una volta, nascosto: giardini impeccabili, strade pulitissime, palazzi scintillanti, mura esterne dei palazzi rasate e ridecorate, superfici levigate e perfette. Quasi a volere dimenticare la memoria, cancellandone quella patina dorata, quel peso che solo l’antico conferisce alle cose. È già qualcosa il fatto che le tecniche architettoniche e di restauro non siano di molto cambiate nei secoli, il bianco è sempre bianco, lo stucco sostituisce lo stucco. Lungo una linea di costa di millesettecento chilometri l’Oman sgrana più di mille fortezze, torri di osservazione e castelli, che punteggiano paesaggi di bellezza stupefacente: dal deserto del sud alle coste di Sur, con i suoi sambuchi e dhow tradizionali, alle sabbie infinite del Wahiba Sands, sino ai contrafforti del Jebel Akhdar e la Penisola di Musandam, protesa nelle acque strategiche tra Golfo d’Oman e Golfo Persico. Qui, tra fiordi e falesie, la penisola guarda il passaggio dello stretto di Hormuz, indifferente e silenziosa.

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